La medicalizzazione eccessiva non rispetta la “normalità” del bambino con DSA? Quale soluzione adottare per genitori e educatori?

Individuare difficoltà legate all’apprendimento, al rendimento scolastico, e ad altri quadri problematici, può costituire, all’interno di ogni percorso evolutivo individuale, differenti prospettive e importanti significati per uno sviluppo funzionale. Infatti, permette ad ogni bambino di essere sostenuto nel progettare il proprio percorso di vita, rinforzando ogni giorno la fiducia e l’immagine di sé stesso. Tuttavia una “medicalizzazione” eccessiva rispetto ad espressioni, comportamenti, evidenze che non appaiono così in linea con i parametri di “normalità” può orientare esattamente verso la direzione opposta: stabilire troppo precocemente etichette e definizioni poi difficili da eliminare.

Questo è il caso di Mattia: una mamma un giorno mi parla di suo figlio che frequenta la classe quarta della scuola elementare. Per un lungo periodo si è trovato a vivere delle situazioni spiacevoli. La sua insegnante, infatti, sosteneva che avesse alcune difficoltà, a suo avviso riconducibili a probabili disfunzionalità di apprendimento. La mamma, invece, interpretava la situazione facendo riferimento alla scarsa capacità della maestra di svolgere con professionalità il proprio lavoro, non solo nei confronti di suo figlio ma più in generale nei confronti dell’intera classe. Che dilemma! La mamma tuttavia mi spiega: “Per sicurezza ho chiesto una valutazione diagnostica a mio figlio per verificare eventuali disturbi di apprendimento ed è risultato tutto ok”. Aggiunge che quest’anno l’insegnante è cambiata e Mattia ora non ha più nessun problema.

Sicuramente questo sarà un caso sporadico, però il mio pensiero si è immediatamente rivolto al ragazzo. Chissà quanto si sarà sentito incompreso, frustrato, poco apprezzato, triste. Chissà quali sensazioni avrà vissuto durante la procedura diagnostica: colloqui psicologici, somministrazione di test, scale di valutazione e visite specialistiche. Il tutto accompagnato da inevitabile ansia da prestazione, senso di inadeguatezza, domande, dubbi rispetto alle proprie capacità e alle proprie competenze. Mattia si sarà sicuramente chiesto: “Che cosa ho che non va?”. Subito dopo però ho pensato anche alla mamma. Qual è il fattore che l’ha spinta a rivolgersi all’equipe di consulenza e valutazione? E con quale motivazione ha spiegato al figlio lo scopo di tale procedura?

Ricordiamoci sempre che ogni bambino è speciale e porta con sé una propria individualità, una serie di caratteristiche che lo rendono particolare: attitudini, desideri, talenti. Come dice lo psicologo Massimo Recalcati “Dovremmo come genitori e come insegnanti, amare la stortura della vita, non pensare di correggerla ma amarla”. Amiamo dunque ciò che a volte può apparire storto ma che può anche essere transitorio e al contempo portatore di messaggi e significati di preziosa unicità e ricchezza.

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