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Inclusione, grammatica fantastica, attenzione ai diversi stili di apprendimento nella scuola primaria.

A cura di Carola Caruso, equipe grammatica fantastica 

Viaggiando tra le classi-regni del Piemonte e della Valle d’Aosta come ambasciatrici del Regno del Linguaggio per il progetto Diderot della Fondazione CRT, ci troviamo a confrontarci con esperienze sempre molto diverse tra loro. 

In alcune classi regna un silenzio denso e attento, ce ne sono altre in cui si può chiaramente percepire l’emozione dell’attesa di qualcosa di nuovo ed inaspettato, come se piccole gocce di gioia vaporizzata fluttuassero nell’aria! Talune giornate di vento frizzante ci portano in aule ricche di suoni e movimento e trovare la calma necessaria per iniziare richiede un grande impegno. Quando abbiamo davanti a noi piccole persone di 7 o 8 anni spesso veniamo letteralmente inondate di domande e con piacere vi nuotiamo dentro, prima di asciugarci e dare inizio al viaggio verso il Regno del Linguaggio. Di rado bambine e bambini hanno lo sguardo annoiato, forse pensando ad una tediante e classica lezione di grammatica. 

Durante questo anno di laboratori finalmente in presenza, una mattina soleggiata di primavera entro in una classe quarta: muri coloratissimi e adorni di meravigliose opere di bambini e bambine, maestre a cui l’indossare la mascherina non impedisce di comunicare la propria gioia attraverso occhi sorridenti e presenti. Mi sento subito accolta e sono impaziente di iniziare… 

Saluto i bambini e le bambine, inizio a raccontare chi sono, da dove arrivo, il mio viaggio da un Regno lontano e misterioso… Ma mi interrompo dopo pochissimo tempo: vedo qualcosa che, presa dall’entusiasmo di una deliziosa accoglienza, non avevo inizialmente, ahimè, notato. Vedo un bambino in un angolo, completamente all’esterno del semicerchio di sedie al centro dell’aula, in cui sono seduti tutti i compagni e le compagne. È chino sul suo banco, intento a scrivere o disegnare, da lontano non capisco molto bene. Siamo solite chiedere alle maestre ed ai maestri delle classi che ospitano i nostri laboratori di dotare ogni bambino ed ogni bambina di un cartellino decorato con il proprio nome perché riteniamo fondamentale nell’ottica di un approccio in cui la relazione sia centrale, poter chiamare i bambini con il proprio nome seppur quando entriamo in classe li vediamo per la prima volta.

Grazie a questa abitudine, riesco a leggere il cartellino e saluto anche lui chiamandolo per nome, senza chiedergli di avvicinarsi. Alex mi risponde con gentilezza “Buongiorno”, ma aggiunge spontaneamente, “Io non vengo, perché la scuola fa schifo!”. Con un grande sorriso gli rispondo che sono certa che avrà cambiato idea entro la fine dell’ora.                    

La sfida questa volta è più grande e sono intenzionata a fargli cambiare idea. Così decido di “improvvisare” modificando il mio rassicurante rito inziale di benvenuto nel Regno di Re Discorso, in cui saluto, uno per uno, ogni partecipante al laboratorio con l’appellativo di principe o principessa seguito dal nome proprio, invitandoli così ufficialmente al ballo indetto nel Paese di Grammatica dal Re e dalla Regina. Questo rito di solito prende molto tempo e talvolta notiamo sguardi inizialmente interrogativi negli adulti presenti, come se stessimo “perdendo tempo”, tuttavia siamo convinte che nella pratica didattica e pedagogica sia necessario e fondamentale “prendersi cura”, curare la relazione, procedere con un ritmo lento, lasciare che bambine e bambini entrino nelle attività completamente, che siano presenti con il corpo, con la mente e con lo spirito prima di accelerare con il ritmo e poter entrare nel vivo di una lezione. 

Oggi siete invitati tutti al ballo reale nel Paese di Grammatica, chi vorreste essere?” Le risposte sono come sempre sorprendenti quando si tratta di bambini, tante voci entusiaste iniziano a snocciolare personaggi quali cavaliere, allenatrice di unicorni, stilista della regina, stregone di corte, giardiniere reale, fata dei boschi, regina del Regno dei Conti, giullare, fata madrina della principessa, guerriera, domatore di draghi… Non mancano poi personaggi classici come principi, principesse ed ancelle. All’improvviso sento la voce di Alex che dice: “Io sarò l’arciere!” mentre si avvicina, portando una sedia nel cerchio. 

E così anche Alex, con il suo tempo, ha partecipato con entusiasmo e passione al laboratorio, si è offerto volontario per recitare la parte di Re Discorso nella drammatizzazione dedicata agli avverbi proposta durante la seconda parte dell’incontro dimostrando di avere una grande competenza grammaticale e di essere molto sagace, brillante e riflessivo.

Il rito iniziale, che con il cambiamento di “copione” ha preso molto più tempo di quanto pensassi, è tornato utile per fare un bel ripasso dei nomi comuni di persona, fantasticando su quale piano della casa dei nomi potrebbero occupare.

Questa ora di attività è volata e mi accingo a ritirare i miei attrezzi del mestiere. Alex si avvicina e, attento a non farsi sentire da nessuno, mi dice: “è vero, la scuola non fa schifo”. Esco dalla classe con la pelle d’oca ed il cuore pieno di felicità. La scuola deve essere per tutti e può esserlo, per il bambino che impara osservando, per quello che impara stando seduto tranquillo, per la bambina che ha bisogno di muoversi spesso, per quello a cui per potersi concentrare serve disegnare mentre ascolta, per quella che impara ad un ritmo lento, per quello che corre come il vento e ha bisogno di compiti complessi, e per tutti, tutti gli altri e le altre! 

Non ci sono ricette magiche, ma siamo sicure che, come confermano i tanti studi di neuro educazione degli ultimi anni, aggiungendo alla competenza di maestri e maestre anche cura, pazienza, rispetto dei tempi, attenzione, creatività, arte, flessibilità e gioia si possa accompagnare l’apprendimento di bambine e bambini in modo realmente efficace.

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