Quando siamo esposti al dolore, ci troviamo necessariamente alla ricerca di un rimedio.
Un rimedio che ci protegga non tanto dall’esperienza del dolore, che nel momento in cui è patito coinvolge la nostra totalità tanto da essere così assordante da spegnere tutte le voci che ci abitano, finendo per mettere in secondo piano ogni cosa; ma un rimedio che sia in grado di metterci al riparo dal ripresentarsi di quel dolore. Tuttavia, quando ci mettiamo alla ricerca del rimedio al dolore, se vogliamo che questo rimedio sia il Rimedio, dovremmo porci la questione della verità.
Dovremmo, cioè, domandarci non solo quale sia il vero rimedio al dolore, ma dovremmo anche chiederci la verità del pensiero che pensa il dolore stesso. Lo sottolinea il grande filosofo Emanuele Severino, aggiungendo che “il dolore umano dipende da quello che il sofferente è convinto di essere”. Ma su quale fondamento pensiamo il dolore? Lasciamo aperta questa domanda radicale, con l’intenzione di spalancare in noi le più fertili aperture del pensiero.
Il dolore per eccellenza è la morte, la nostra morte e quella delle persone a noi care, perché non sembriamo destinati a poterle sfuggire e perché è ciò che non possiamo in alcun modo prevedere.
Tutti pensiamo, infatti, di essere destinati alla morte, e non sappiamo precisamente quando questo evento avverrà. Ma di una cosa siamo certi, perlomeno in Occidente: di essere nati e di dover morire. Le nostre certezze, oltre all’inizio e alla fine della nostra vita, lasciano poi il posto alle più svariate interpretazioni, in particolare, rispetto a cosa ci possa attendere dopo la morte. Dare un significato a ciò che scompare e che sembra non poter più tornare, infatti, è una questione essenziale per la nostra sopravvivenza.
Non si tratta soltanto di una questione filosofica ma questa, innanzitutto, è una questione di vita o di morte.
Gli studi psicologici sulla Terror Management Theory testimoniano che l’angoscia della morte starebbe alla radice del nostro comportamento, nelle profondità del nostro inconscio.
Ma il legame che intessiamo con la morte mentre siamo in vita è indicato anche dai nostri antenati, sin dalle pitture rupestri a noi pervenute. Possiamo spingerci ad affermare che, sin dai tempi della caverna, la ricerca del rimedio contro la morte ha coinvolto l’umanità nella creazione dei grandi miti che hanno provato a interpretare il mondo e il divenire delle cose del mondo. In particolare, il mito si è concentrato sulla spiegazione dell’origine del mondo e sulla descrizione di cosa attende i mortali al termine della loro vita.
Il pensiero che sorge in Grecia tra il VII e il V sec. a.C. si chiese quale fosse la verità a fondamento dell’interpretazione del mito. Tuttavia, il senso incontrovertibile della verità indicata dalla filosofia è stato anch’esso abbandonato, assieme alla narrazione del mito e alla verità rivelata dalle religioni. Oggi, infatti, dopo la morte di Dio, per trovare un rimedio contro il dolore ci rivolgiamo innanzitutto al sapere tecnico-scientifico, che ha il compito di prendersi cura della nostra sofferenza attraverso la produzione dei rimedi appropriati alla natura del nostro dolore.
Ma possiamo accontentarci di un rimedio ipotetico? Interrogando le scienze, infatti, ci aspettiamo una risposta basata sul metodo scientifico, ovvero su un’ipotesi avvalorata dalla validità dell’esperimento, ma sempre pronta ad essere superata qualora si provasse la validità di una nuova scoperta scientifica.
La ricerca del Rimedio contro il dolore, allora, è ancora destinata a confrontarsi con il pensiero, e in particolare con il pensiero che evoca il senso incontrovertibile della verità. Ogni pensiero, dice la filosofia, per essere vero, deve dare conto della propria capacità di non essere scosso da nessuna forza, né umana né divina.
Ogni verità, per essere tale, deve stare in piedi da sola e non lasciarsi scuotere in alcun modo (ἐπιστήμη). Da questo pensiero dipende il volto del dolore. Emanuele Severino ci invita a riflettere profondamente: L’essere umano soffre per quello che crede di essere. Se crede di essere mortale, la sofferenza è inguaribile.
a provocazione lanciata al pensiero dalla filosofia e, in particolare dagli scritti di Emanuele Severino, è radicale. La luce della verità, infatti, può mostrare un volto decisamente diverso del dolore e della morte, rispetto a quello che siamo soliti osservare.
Infatti, pensare di essere soggetti al divenire delle cose del mondo, intendendo il divenire come l’oscillare delle cose tra l’essere e il nulla, o pensare l’eternità di ogni essente, ci consegna il compito di ripensare nuovamente il significato della sofferenza e del rimedio.
Oltre la notte, è già da sempre giorno!


