Quando, da persone adulte, volgiamo lo sguardo indietro verso gli anni della scuola, quali sono i saperi che ricordiamo con gioia?
Spesso gli insegnamenti che custodiamo con più affetto sono diventati tali non tanto perché ci sentivamo predisposti e “chiamati” da quelle materie, bensì perché ci siamo sentiti accompagnati da una maestra o un maestro con cui abbiamo stabilito un legame autentico, significativo, che ci ha offerto l’accesso a quei saperi facendoci sentire a casa.
L’apprendimento, infatti, si consolida quando SIAMO IN RELAZIONE E CI SENTIAMO INVITATI, PRESENTI, non semplici ascoltatori, bensì parte co-protagonista di un incontro in cui le cose ACCADONO.
Nell’incontro fra una persona che insegna e una persona che apprende, molte cose entrano in gioco e in relazione: si cresce insieme per un tratto di cammino, ci si scopre a vicenda, s’illumina la realtà di nuovi significati.
Questo non avviene unilateralmente solo per la persona bambina che impara, ma anche per la persona adulta che la accompagna: attraverso lo sguardo unico e peculiare di quel bambino, di quella bambina, anche la persona adulta ri-nomina il mondo insieme a lui, a lei.
Durante i laboratori della Linea Viaggio nella Grammatica Fantastica, portati avanti da Associazione ProXXIma all’interno del progetto Diderot della Fondazione CRT, vediamo che questo succede anche quando ci si incontra per un tempo piccolo, come possono essere un’ora o due di laboratorio. Bambine e bambini, esplorando le parole, le etimologie, i significati possibili, ci introducono a visioni del mondo impensate, rinnovate o dimenticate. Può capitare ad esempio di ribattezzare la NEVE “passatempo felice”, l’ACQUARIO “mare piccolo, che ci sta in una vaschetta”, l’IMP _ _ _E _ _ A “il sentimento che provi quando la torta non è ancora pronta”, “quando c’è tanto da camminare per arrivare finalmente al parco” o “quando è nata una cuginetta e non vedi l’ora di conoscerla”.
Nei nostri laboratori cerchiamo di fare in modo che ciascuna e ciascuno abbia tutto il tempo di cui ha bisogno per avvicinarsi alle parole e alla struttura della frase, passando anche per prove ed errori, che vengono vissuti come risorsa, un’occasione preziosa per riflettere insieme sulla lingua. Come quando il DARDEGGIARE del sole in una favola di Esopo, udito da una bambina come TARDEGGIARE, è divenuto “quel modo di muoverci lentamente che abbiamo quando fa molto caldo”.
Lasciare che ciascuna e ciascuno abbia il suo tempo preserva il cammino di scoperta e dimestichezza che ognuna e ognuno compie. È uno degli strumenti per porci in relazione con bambine e bambini e che spesso favorisce l’attivazione di connessioni di senso e lo sbocciare del processo di riflessione linguistica. Prima dei nostri incontri progettiamo e predisponiamo con cura i materiali, la struttura rituale dei laboratori e tutti gli elementi che possono favorire un buon incontro, così da restituire a bambine e bambini la sensazione di trovarsi in uno spazio-tempo accogliente.
Al tempo stesso, però, lasciamo sempre una piccola porta socchiusa: un interstizio di incompiuto che inviti le persone bambine partecipanti a lasciare la propria impronta in questa danza a due.
Scriveva Maria Luisa Spaziani:
“L’indifferenza è inferno senza fiamme, ricordalo scegliendo fra mille tinte il tuo fatale grigio. Se il mondo è senza senso tua solo è la colpa: aspetta la tua impronta questa palla di cera”.
Il tempo dell’incontro è una palla di cera su cui tutte le parti coinvolte imprimono il loro segno. Pensare di offrire insegnamenti senza porsi in relazione è un inferno senza fiamme. L’antidoto all’indifferenza è l’avere a cuore, il prestare cura.
Il metterci in cammino per incontrare bambine e bambini laddove possano accoglierci, ognuno con il proprio passo.
Incontriamo ogni alunno e ogni alunna con cuore aperto, occhi attenti e orecchie in ascolto, perché siano proprio lui e lei a manifestarcisi, non attraverso le etichette o i pensieri già pensati, bensì in un reciproco conoscerci e scoprirci. Per tenere traccia dei passi compiuti, dopo ogni incontro abbiamo cura di annotare su un “diario di bordo” ciò che ci ha colpite, toccate, le piccole epifanie che ci hanno scosse, le ferite che abbiamo osservato, o quei “soprassalti di riconoscimento infantile” (per dirla con Marina Jarre) che ci hanno ricondotte verso l’essenza dell’infanzia.
Pensiamo che questo porre la relazione al centro dell’apprendimento sia alleato nel far sì che anche i saperi solitamente sperimentati come frontali e astratti, come la grammatica, possano trasformarsi in occasione di riflessione linguistica viva, per farsi terreno di prossimità e vicinanza, luogo felice in cui sostare.
Come ha detto Alessio (7 anni) venendomi accanto durante uno degli incontri: “Come si sta bene nel paese di grammatica, si sta proprio bene”.
Margherita Restelli


