PAS-SAGGI

Ho provato lo sgomento di chi perde la gioia della propria vita, di chi sente il cuore trafitto dalla perdita.

Sì, il mio bambino non c’è più, ma il suo letto alla mattina è sfatto, a tavola il suo posto è occupato e lo è anche quello in macchina.

Da qualche mese, all’ora di cena, accanto a me, sulla tua sedia, c’è un energumeno: alto, scapigliato che mi guarda in cagnesco e mi parla. Emette suoni profondi che le mie orecchie fanno fatica a cogliere e dice: – Oh ma’, te svegli! Mi passi l’acqua? Ed io… io mi sveglio. Il mio bambino da qualche parte c’è ancora, esiste, ma ora sembra essere stato inghiottito da un essere antropomorfo, noto ai più con il termine di ADOLESCENTE.

Lo ammetto: sto faticando a riconoscere in quell’adolescente di quindici anni che vive nella nostra casa il mio bambino, quello che quindici anni fa aveva il piedino lungo come il pollice della mia mano, che a tre anni e mezzo ci seguiva, con la bicicletta senza rotelle, sui sentieri di montagna, colui che mi aspettava nel lettone trepidante per leggere una storia, quello stesso che, prima di ogni partita di calcio, mi faceva promettere che non avrei urlato il suo nome. Non c’è dubbio: l’infanzia di mio figlio si è conclusa, eppure fino a qualche mese fa era possibile intravederne ancora qualche sporadico barlume. Adesso invece è come se qualcuno avesse spento completamente la luce, ci muoviamo a tentoni in questa oscurità.

Ho abitato l’infanzia di mio figlio come il sole abita il cielo d’estate: felice di splendere e di illuminare i suoi giorni e di essere avvolta dal tepore del suo sorriso. Ho amato ogni giorno della vita di mio figlio e, pur lavorando, sono profondamente grata di aver potuto vivere accanto a lui la sua infanzia.

Un figlio adolescente ti guarda e non vede più il suo sole in te, la sensazione è che abbia smesso di vederti, di considerarti come uno degli attori principali della sua vita relegandoti, quando va bene, al ruolo di semplice comparsa. Questa cosa a volte mi indigna, altre invece mi fa sentire come Eva quando si è sentita nuda, cioè, scoperta, nel giardino dell’Eden. Ci sono giorni in cui mi accorgo di essere per mio figlio insopportabile, perché consapevole di tutti i miei limiti: iperattiva, incoerente, appiccicosa, scostante.

Mi sbatte in faccia la mia pochezza e io attonita rimango a guardare. Ci sono giorni in cui dal mattino risponde sgarbato al buongiorno, in cui è indifferente verso ogni gentilezza ed io stizzita gli mostro il mio disappunto e allora minuto dopo minuto sembra che ci avvolga il buio.

Dalla separazione nasce infatti uno spazio, uno spazio in cui l’adolescente comincia a coltivare se stesso, ad emanciparsi, a scegliere in modo autonomo, a decidere chi vuole essere e prendersi cura dell’uomo che sarà.

La perdita dell’infanzia del proprio figlio è sicuramente un dolore intenso e profondo, io credo che sia una doppia perdita: si perde il bambino che non tornerà e si perde il proprio ruolo di sole, che è terribilmente gioioso e gratificante, nella vita del proprio figlio.

Beh, coraggio!

Il bambino non c’è più, ma tuo figlio è sempre lì, inghiottito dentro l’armatura dell’adolescenza, munito di sguardo separatore magari antipatico e scontroso, ma tuo figlio c’è.

Basta rimuginare e guardarsi indietro, tuo figlio sta nascendo a nuova vita, alla vita adulta e tu devi rinascere e affrontare questo passaggio cruciale (per lui e per tutta la famiglia) con lui, trovando il tuo spazio per poter offrire amore nel modo in cui serve.

Ho parlato al singolare perché i miei due figli, due gemelli, sono per me dei PEZZI UNICI e questo passaggio è stato perciò vissuto con intensità doppia.

Ed è con amore doppio, un amore adatto al loro nuovo essere giovani adolescenti, che mi preparo a questa trasformazione radicale, in un certo senso una vera e propria rivoluzione, con la fiducia che troveremo il modo per accordarci al nuovo battito di questa famiglia.

Cristiana Toscano

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